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28 gennaio 2005
Censis: farmaci innovativi solo nel 23,3% delle ricette

Le scelte prescrittive dei medici italiani

Medici italiani ancora "tradizionalisti", ancorati alla consuetudine: i farmaci innovativi rappresentano appena il 23,3% del totale delle prescrizioni. La prevalenza della quota di farmaci innovativi prescritti va al Centro e al Sud, rispettivamente con il 26 e il 27,4 per cento. Tra i fattori che più influenzano le scelte prescrittive, al di là delle caratteristiche proprie del farmaco, c'è l'esperienza clinica personale, mentre è poco significativa l'indicazione relativa alle caratteristiche soggettive del paziente e la notorietà e affidabilità del farmaco.

Lo dice uno studio condotto dal Censis e dal Forum biomedico su ricerca biomedica e farmaci e su come e in che misura i medici italiani siano aperti alle innovazioni. Lo studio, condotto a novembre su un migliaio di medici italiani, è stato presentato questa mattina nel corso di un Forum a Roma.

La ricerca svela che i farmaci innovativi vengono prescritti in particolare per far fronte a malattie croniche (36,4%) e, in secondo luogo, alle patologie acute (27,7 per cento). Poco meno del 20% dei medici li prescrive per rispondere a sindromi dolorose, mentre l'11,8% per il miglioramento della qualità della vita. Dati questi che indicano come i farmaci di nuova generazione siano comunque prescritti in un ventaglio molto ampio di situazioni patologiche. Emerge nettamente (62,7%) il riferimento, tra i motivi prevalenti che spingono il medico a optare per il farmaco innovativo di fronte alla possibilità di scelta, il fatto che questo garantisca una maggiore tollerabilità. Questo aspetto viene citato in maniera decisamente superiore rispetto ad altri motivi relativi alle modalità di somministrazione del farmaco, come la possibilità di riduzione delle dosi (14,5%), le stesse diverse modalità di somministrazione (11,7%) o esigenze di sperimentazione, indicate da appena il 4,5% del campione.

Quanto alla scelta a favore del farmaco noto tra due specialità dalle caratteristiche terapeutiche simili, la ricerca dice che i medici sono spinti in tal senso dalla maggiore conoscenza di possibili effetti collaterali (41,3%), da una più diffusa conoscenza dei meccanismi di funzionamento (22%), oltre che dalla maggiore presenza di letteratura sull'argomento (19,2 per cento). Il fatto che un farmaco costi meno incide solo per l'8,2% al momento di fare la prescrizione.

Comunque sia, al centro delle preoccupazioni del medico c'è la tollerabilità del farmaco e le possibili reazioni avverse, che nel caso del farmaco innovativo si prevedono ridotte grazie ai progressi della ricerca biomedica, mentre nel caso del farmaco noto le stesse reazioni sono invece già ampiamente conosciute e dunque per definizione controllabili in virtù della più lunga esperienza di utilizzo nella pratica medica. 

Una particolare attenzione è stata poi assegnata nello studio del Censis a come il medico entra nel circuito di diffusione dell'innovazione farmaceutica. Il 41,9% degli intervistati indica la letteratura scientifica come principale fonte di informazione, mentre sono più basse le quote (oscillanti intorno al 19%) dei medici che citano la partecipazione ai programmi di aggiornamento e le informazioni ottenute dall'informatore scientifico. In misura ancora più ridotta sono le indicazioni fornite dalla casa farmaceutica e quelle frutto dell'esperienza di altri colleghi, mentre è davvero residuale (appena lo 0,4%) la percentuale di medici che indicano la richiesta fatta dal paziente di ottenere la prescrizione di un farmaco innovativo.

Prima della prescrizione di un farmaco innovativo, il 13,6% degli intervistati consulta spesso i propri colleghi, il 29,2% lo fa qualche volta, il 35% dichiara di non farlo mai. Sono per lo più i medici specialisti a consultarsi spesso con i colleghi, in misura del 54,5% rispetto al 37,1% dei generici. Dopo la prescrizione, restano i valori più alti per gli specialisti ma la differenza tra le due fasce si assottiglia: 41,4% dei generici e il 45,4% degli specialisti sostiene a quel punto di consultare i propri colleghi spesso o quantomeno qualche volta.

La ricerca dice che è evidente come il lavoro in ambiente ospedaliero faciliti la possibilità di confronto con i colleghi, e questo ancor di più tra i medici della fascia di età più giovane (28-44 anni). In generale il farmaco si caratterizza come mezzo tecnico fondante e fondamentale nell'esercizio della pratica medica. Dalla ricerca del Censis sembra emergere la concezione che non è più solo la guarigione la ragion d'essere del farmaco ma la cura, intesa questa come un miglioramento della qualità della vita che spesso significa alleviamento, e dunque anche accettazione, dei problemi legati alla malattia cronica. Secondo infatti l'87,9% dei medici intervistati è il miglioramento della qualità della vita l'obiettivo al quale i farmaci possono maggiormente contribuire e, secondo l'87,4%, questo farmaci permettono di convivere in maniera accettabile con le patologie croniche.

Ciò ovviamente non significa che la scienza medica, e con essa la farmacia, abbandonino la prospettiva della guarigione completa, tanto è vero che il 56,7% dei medici attribuisce al farmaco la possibilità di contribuire molto a raggiungere questo obiettivo. Inoltre, il 55,3% di medici intervistati ritiene i farmaci in grado di contribuire fortemente a sconfiggere le malattie mortali, mentre il miglioramento di alcune prestazioni, come quelle di memoria o intelligenza e quelle sessuali, viene indicato dal 49,6% del campione.

 
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