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07 ottobre 2019
Bruno Leoni: apertura al capitale benefica per consumatori e farmacisti

Articolo tratto da Pharmacyscanner.it

E’ «remoto» il rischio che dall’apertura della titolarità al capitale scaturiscano processi di monopolizzazione sui quali l’Antitrust non interverrebbe tempestivamente. E il tetto del 20% sulle catene di farmacie fissato dalla Legge sulla concorrenza offre sufficiente riparo da tali rischi. E’ l’indicazione che arriva dallo studio con cui l’Istituto di ricerche Bruno Leoni (uno dei templi del pensiero liberista in Italia) ha puntato la propria lente sulla “lenzuolata” della 124/2017 per soppesarne pro e contro. Nel piatto delle “cose buone”, il report firmato da Carlo Stagnaro (direttore dell’Osservatorio di economia digitale dell’Istituto) mette gli stimoli «alla concorrenza e all’efficientamento del settore», che miglioreranno nel tempo «qualità e ampiezza dei servizi offerti», oltre a incrementare la competitività sui prezzi.

Attenzione però: per l’Istituto le liberalizzazioni della 124/2017 arrecheranno benefici anche ai farmacisti titolari. In sette anni, ricorda lo studio, il giro d’affari del canale è passato dai 26 miliardi di euro del 2010 ai 24,5 del 2017, per una contrazione del 5,8%. A questo decremento, « le farmacie hanno risposto cercando di efficientare il proprio modello ed espandere i propri servizi», attraverso «la progressiva diversificazione dell’offerta e la tendenza sempre più diffusa a erogare nuove prestazioni, spesso in convenzione col Ssn». Fino al 2017, tuttavia, tali sforzi hanno dovuto fare i conti con una legislazione che «limitava la dimensione delle imprese e dunque la loro capacità di effettuare investimenti» ed economie di scala. I farmacisti hanno cercato di aggirare tale ostacolo «con l’adesione a catene virtuali», ma per lo studio «tale passaggio rappresenta uno step intermedio rispetto all’integrazione vera e propria» consentita dalla Legge sulla concorrenza.

E nel piatto delle “cose cattive”? La ricerca del Bruno Leoni esclude che dalla lenzuolata della 124/2017 possano discendere danni: «Non vi è evidenza sul fatto che la coincidenza tra conduzione professionale e gestione economica della farmacia rappresenti un vantaggio per il consumatore e neppure per lo stesso farmacista». A sostegno lo studio cita diverse indagini e rapporti (fonti Ocse e Ue), le cui evidenze confutano «la tesi che la titolarità della licenza da parte di non farmacisti possa condurre a uno svilimento della professione o a una riduzione della qualità dei servizi e delle tutele offerte ai consumatori». Anzi, l’esperienza suggerisce che «una catena di farmacie ha forte interesse a garantire un servizio di qualità elevata, in quanto le eventuali ricadute reputazionali di condotte scorrette finirebbero per travolgere non solo l’esercizio nel quale dovessero avvenire, ma l’intera catena che ne condivide il brand». E infatti, «spesso le catene offrono ai farmacisti dipendenti corsi di formazione e altri analoghi investimenti in capitale umano con il duplice obiettivo di mantenere uno standard di servizio elevato e trattenere i collaboratori, valorizzandone le competenze».

Anche il rischio di derive monopolistiche esce minimizzato dallo studio. Per cominciare, «in un contesto in cui il numero di farmacie è fisso e comunque non dipende dal mercato ma dalla regolamentazione», l’aumento dei soggetti interessati ad acquisire farmacie «dovrebbe avere come risultato un apprezzamento delle licenze», da cui «rendimenti di scala decrescenti» a ogni nuovo acquisto da parte delle catene di capitale. Il risultato, nel tempo, è «un rafforzamento dei farmacisti indipendenti» e un disincentivo «per i grandi operatori a crescere oltre una certa soglia».

Non solo: la norma della 124/2017 che fissa un tetto regionale del 20% alle farmacie di cui può disporre una catena sembra rappresentare un ostacolo più che sufficiente contro eventuali derive monopolistiche. A conferma, l’Istituto propone un confronto con nove Paesi europei: «Solo in tre la quota di mercato dell’operatore maggiore supera il 20 per cento (Lettonia, Lituania e Svezia) e di questi Paesi solo due (Lituania e Svezia) presentano un elevato grado di concentrazione (indicatore CR3)». Si tratta, osserva la ricerca, di Stati poco popolosi, il più grande dei quali, la Svezia, «ha un rapporto tra farmacie e popolazione più che doppio rispetto all’Italia (una farmacia ogni 7.180 abitanti contro una ogni 3.194)».

Le conclusioni cui perviene lo studio, dunque, non possono che essere favorevoli alla liberalizzazione della proprietà delle farmacie: l’apertura al capitale, in sostanza, «si configura come un’opportunità di diversificazione dei servizi e di efficientamento dei costi, in linea con l’esperienza internazionale in materia». La liberalizzazione della proprietà e dell’organizzazione delle farmacie « è un fondamentale passo di modernizzazione, che consentirà di andare incontro alle esigenze dei consumatori senza pregiudicare le giuste tutele e garanzie cui i pazienti hanno diritto. Anzi, in molti casi le renderà ancora più efficaci». Sarà proprio vero? Come si dice in questi casi, il dibattito è aperto.

 
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